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Il coraggio del Comandante Generale: l’Arma rompe il muro del silenzio sui suicidi
Roma. Quando un Comandante sceglie di parlare apertamente di sofferenza, fragilità, disagio psicologico e suicidi tra i militari, non sta compiendo un atto ordinario. Sta riconoscendo che dietro l’uniforme ci sono donne e uomini, con famiglie, tensioni, malattie e difficoltà che non sempre trovano spazio di ascolto. E questo, per chi rappresenta il personale, va riconosciuto come un passaggio di profonda umanità. Il SIM Carabinieri apprezza il richiamo alla responsabilità dei comandanti, chiamati a essere più presenti, più attenti e più capaci di intercettare quei segnali silenziosi che troppo spesso rimangono celati. È un passaggio che condividiamo pienamente: il comando non può essere solo gestione del servizio, ma deve tradursi in quella vicinanza umana che nasce dalla sensibilità di chi guida. Come sottolineato nella lettera, nessuna iniziativa istituzionale può sostituire l’attenzione verso il collega che ci sta accanto. Proprio partendo dal valore della fiducia reciproca e dall’importanza di “essere comunità” richiamati dal Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, dobbiamo pretendere che questo spirito si trasformi in realtà quotidiana in ogni reparto. Se siamo il volto più vicino allo Stato per i cittadini, dobbiamo esserlo prima di tutto tra di noi. Non può esserci piena efficienza operativa senza un reale benessere organizzativo e una rete interna che sostenga chi vacilla. Il passaggio più forte è quello in cui si afferma che chiedere aiuto non è segno di debolezza, ma di maturità e consapevolezza. È una frase che rompe un muro che per troppo tempo ha spinto molti colleghi a isolarsi per paura di pregiudizi. Se questo principio verrà tradotto in tutele concrete e in una cultura del comando più evoluta, che favorisca spazi di confronto autentico, allora potremo parlare di una vera svolta epocale. Come rappresentanti del personale, facciamo nostro questo appello: serve un impegno strutturale. Servono ambienti di lavoro sostenibili e la certezza che chi manifesta un disagio trovi una mano tesa e non uno stigma. La lettera apre una strada fondata sul dialogo. Ora è il momento di percorrerla fino in fondo, insieme, per dimostrare che ogni ferita può trovare cura se non rimane nascosta. Perché ogni collega che perdiamo è una sconfitta per l’intera nostra famiglia.
lettera_Comandante_Generale_25_02_2026
SIM CARABINIERI
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