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Il silenzio non è la forza. La sofferenza psicofisica degli Ufficiali dell’Arma dei Carabinieri: un disagio reale, troppo a lungo ignorato
Roma. Esiste una sofferenza che non porta gradi al colletto. Che non si racconta nelle relazioni di servizio, non affiora nelle conversazioni tra commilitoni, non trova spazio nelle riunioni di stato maggiore. È una sofferenza silenziosa, radicata, spesso lifelong — che accompagna l’intera vita professionale di chi indossa l’uniforme da ufficiale, senza che nessuno, tantomeno l’istituzione, ne riconosca il peso reale. SIM Carabinieri sente oggi il dovere di nominarla. Di darle voce, prima che continui a consumarsi nell’ombra di un’aspettativa che non appartiene più né alla scienza, né alla società che questi ufficiali servono ogni giorno.
UNA VITA NELL’INCERTEZZA
Tutto comincia nell’orgoglio di un giuramento. La scuola ufficiali forgia identità forti, alimenta valori autentici, costruisce vocazione. Nei primi anni di carriera, la giovane età, la motivazione intensa — ancora intrisa di idealizzazione — e l’assenza di legami stabili rendono l’incertezza sopportabile, persino eccitante. Si parte, si obbedisce, si serve. E si crede che ne valga la pena. Ma il tempo passa. Le prime assegnazioni si trasformano in trasferimenti ripetuti. Le distanze geografiche da chi si ama diventano la norma, non l’eccezione. I legami affettivi — costruiti con fatica in luoghi che non si è scelto — vengono interrotti, ricominciati, nuovamente interrotti. La carriera avanza, le responsabilità crescono, la retribuzione non segue. E allora quell’incertezza che a vent’anni si sopportava, a trentacinque pesa come un macigno. La mancanza di prevedibilità e di chiarezza sul proprio futuro non è solo fonte di disagio emotivo: è un fattore cronico di stress che logora il corpo, compromette il sonno, altera la capacità di essere presenti — in servizio e a casa. Chi vive in uno stato di allerta costante, senza poter pianificare né il mese successivo né l’anno, non sta semplicemente subendo un inconveniente organizzativo. Sta pagando un costo psicofisico reale, silenzioso, progressivo.
LA CATEGORIA PIÙ SILENZIOSA È LA PIÙ SOFFERENTE
Gli ufficiali sono spesso percepiti come la parte privilegiata dell’Arma. In realtà, sono tra le figure più esposte a una forma di disagio strutturale che raramente viene riconosciuto come tale. Vite sacrificate alla missione, stipendi inadeguati rispetto alle responsabilità realmente esercitate, instabilità geografica che si protrae per decenni, carriera avvolta nell’incertezza fino agli ultimi gradi. A questo si aggiunge la solitudine relazionale. La rete di amici e familiari d’origine — fisicamente lontana, spesso irraggiungibile a causa di impegni onerosi e richiedenti — non può sostituire quella base sicura di cui ogni essere umano ha bisogno per funzionare bene. Quella base, nella vita adulta, si trova quasi sempre nel partner, nella famiglia che si è scelto di costruire. Ed è esattamente lì che le politiche d’impiego attuali colpiscono più duramente.
LA FAMIGLIA È CAMBIATA. LA NORMA D’IMPIEGO NO.
Per decenni, il modello implicito che ha reso sostenibile la vita dell’ufficiale trasferito è stato quello di una famiglia con un solo reddito, un partner disposto a seguire, una rete familiare pronta a supplire. Quel modello non esiste più. Oggi gli ufficiali si affiancano a partner con carriere proprie, in settori privati che non possono essere interrotti con un ordine di servizio. Costruiscono progetti di vita — professionali, familiari, immobiliari — che ogni trasferimento imprevisto rischia di demolire. Hanno figli che cambiano scuola, amici, città. Hanno compagne e compagni che rinunciano a opportunità lavorative per seguirli, spesso accumulando risentimento silenzioso che si deposita nel tempo. La famiglia contemporanea è duale per necessità e per scelta. Non si tratta di capriccio generazionale: è un cambiamento strutturale della società che l’istituzione non può continuare a ignorare senza conseguenze. Quando la vita privata si sgretola, prima o poi anche il servizio ne risente.
LA GENERAZIONE CHE OGGI VESTE L’UNIFORME
I giovani ufficiali di oggi appartengono a una generazione cresciuta nell’incertezza — economica, climatica, geopolitica. Una generazione che ha imparato precocemente che il futuro non è garantito, e che da questa consapevolezza ha tratto non rassegnazione, ma la capacità di dare valore diverso al presente, alle relazioni, alla qualità della propria vita. Non è una generazione meno coraggiosa. È una generazione diversamente consapevole. Che non smette di credere nei valori dell’Arma, ma che chiede — con tutto il rispetto dovuto a quella divisa — di essere trattata come essere umano intero. Non solo come funzione operativa. Ignorare questa realtà non produrrà ufficiali più forti. Produrrà ufficiali più soli, più esauriti, più tentati di andarsene — o peggio, di restare portando un peso che nessuno ha il coraggio di vedere.
“UN VERO UFFICIALE TIENE BOTTA E STA ZITTO.” È ora di smontare questo mito, una volta per tutte.
La cultura del silenzio nelle forze dell’ordine e nelle forze armate è un fenomeno ampiamente documentato. Lo stigma legato alla richiesta di supporto psicologico — percepita come segnale di inadeguatezza, di fragilità incompatibile con il ruolo — scoraggia attivamente la ricerca di aiuto, anche quando il disagio è grave, persistente, debilitante. Il risultato non è la forza. È l’accumulo silenzioso di stress cronico che esplode nelle relazioni più intime, nei disturbi del sonno, nell’abuso di alcol, nella somatizzazione progressiva, nella perdita graduale di senso. È l’ufficiale che “regge” in servizio e si sgretola a casa. È il matrimonio che non sopravvive all’ennesimo trasferimento. È il genitore che cresce i figli a distanza, inseguendo un’appartenenza istituzionale che non sempre restituisce quanto chiede. Tacere non è tenere botta. Tacere è pagare un prezzo invisibile che nessun foglio matricolare registra e nessuna promozione risarcisce. Riconoscere il proprio limite, chiedere supporto, scegliere il benessere non sono atti di debolezza. Sono atti di intelligenza e di responsabilità — verso se stessi, verso la propria famiglia, verso il servizio che si presta ogni giorno.
“AI MIEI TEMPI SI ACCETTAVA TUTTO.” La trasmissione del sacrificio non è saggezza. È la rinuncia collettiva a migliorare.
Esiste nella cultura militare una dinamica sottile ma pervasiva: una sorta di eredità non dichiarata che si tramanda di generazione in generazione. “L’ho passato io, adesso lo passi tu.” “Ai miei tempi accettavamo tutto.” “Ai miei tempi si faceva così.” Questa logica — comprensibile nell’intenzione, spesso sincera nel vissuto di chi la porta — è in realtà una delle forme più silenziose di danno istituzionale. Non perché chi la esprime abbia torto di essere sopravvissuto a condizioni difficili. Ma perché normalizzare la sofferenza passata per legittimare quella presente non è saggezza: è la perpetuazione di un sistema che non ha avuto il coraggio di interrogarsi. La vera saggezza — quella che si acquisisce davvero con l’esperienza — non dice “anche tu devi soffrire come ho sofferto io”. Dice: “ho sofferto, so cosa significa, e non voglio che tu debba farlo”. È qui che si misura la maturità di un’istituzione: nella capacità di interrompere le catene di trasmissione del disagio, non di perpetuarle con il sigillo del valore. Il coraggio non è sopportare in silenzio ciò che non dovrebbe esistere. Il coraggio è alzare la voce per cambiarlo.
QUELLO CHE CHIEDIAMO
SIM Carabinieri non porta avanti questa riflessione per indebolire l’Arma. La porta avanti perché la ama abbastanza da chiederle di essere all’altezza dei tempi.
Chiediamo tempi umani. Sapere dove si verrà assegnati con due o tre mesi di anticipo non è pianificare: è subire. Organizzare una vita — quella di un ufficiale, del suo partner, dei suoi figli — richiede tempo reale. Almeno un anno: per cercare casa, orientare la carriera del coniuge, preparare un trasferimento scolastico senza traumi, salutare come si deve le persone che si lasciano. La comunicazione delle assegnazioni deve avvenire in tempi congrui, perché la dignità di una persona inizia dal rispetto del suo tempo.
Chiediamo stabilità — o almeno prevedibilità. Non sempre la stabilità geografica è possibile: lo sappiamo. Ma la prevedibilità lo è sempre. Un’istituzione moderna non può continuare a comunicare il futuro delle proprie persone all’ultimo momento, come se le loro vite fossero variabili trascurabili in un’equazione operativa. La prevedibilità non è un lusso: è una condizione minima di benessere.
Chiediamo valorizzazione reale del percorso professionale. Non nelle parole dei discorsi ufficiali, ma nei fatti: nel riconoscimento delle competenze acquisite sul campo, nell’adeguamento retributivo alle responsabilità effettive, nella costruzione di percorsi di carriera che abbiano una logica, una coerenza, una prospettiva. Ogni ufficiale porta con sé una storia professionale specifica e irripetibile. Quella storia merita interlocutori capaci di ascoltarla — non sportelli burocratici, ma referenti dedicati, percorsi di dialogo diretto tra chi porta bisogni concreti e chi ha il potere di tenerli in considerazione.
Chiediamo supporto psicologico accessibile e privo di stigma. Percorsi riservati, accessibili, senza alcuna ricaduta disciplinare o di carriera. Non come concessione straordinaria, ma come parte ordinaria della cura del personale. Perché chi aiuta gli altri deve poter essere aiutato, senza che questo costi la reputazione o l’avanzamento.
Chiediamo politiche d’impiego che trattino gli ufficiali come persone intere. Con famiglie, radici, relazioni, bisogni. Non come risorse umane da allocare secondo logiche esclusivamente operative.
I valori sono la ragione per cui si sceglie questa vita. Ma i valori, da soli, non bastano a sostenerla.
Perché chi difende l’ordine e la sicurezza di un Paese ha diritto — prima di tutto — a essere tutelato nella propria salute, nelle proprie relazioni, nella propria dignità di persona.
È tempo che l’istituzione lo riconosca.
SIM CARABINIERI
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