La vittimizzazione secondaria: la “Seconda Ferita” tra processo, istituzioni e pregiudizio sociale
Roma. Quando si parla di vittimizzazione ci si riferisce a quelle situazioni nelle quali un individuo diventa vittima di un atto, sia esso un reato, un sopruso o un trattamento ingiusto. Nello specifico, questo fenomeno presenta due principali accezioni: quella primaria, data dall’insieme delle conseguenze negative (fisiche, psicologiche, economiche e sociali) che derivano direttamente dal reato subito, e quella secondaria, ovvero il danno emotivo e relazionale aggiuntivo che la vittima può sperimentare, indirettamente, a causa dell’impatto con il sistema delle istituzioni e della giustizia penale. Questo rischio è particolarmente elevato per i minori e le vittime di reati sessuali, e può provocare conseguenze psicologiche persino più pregiudizievoli del reato stesso. A livello pratico, la vittimizzazione secondaria si manifesta quando le aspettative di tutela e assistenza della vittima vengono frustrate dalle figure che dovrebbero garantirle supporto, tra cui la polizia, i magistrati, gli avvocati o i servizi socio-sanitari. Questi soggetti, per via di errori procedurali, mancanza di formazione specifica o, più frequentemente, l’applicazione di stereotipi e pregiudizi, finiscono con il danneggiare ulteriormente la persona. Tra le manifestazioni più comuni troviamo sicuramente l’eccessiva e dolorosa ripetizione della narrazione dei fatti (spesso necessaria per le indagini), la messa in dubbio dei ricordi della vittima se questi non sembrano precisi, o la percezione di una completa marginalizzazione processuale, per cui la vittima si sente esclusa e impotente di fronte a ritmi incomprensibili. Questa dinamica, ad ogni modo, non è solo il frutto di difetti istituzionali, ma deriva da un insieme di credenze che normalizza l’aggressione sessuale e affonda le proprie radici in una società patriarcale, veicolando stereotipi e falsi miti sul reato. Questa cultura prende il nome di ‘Rape Culture’ (cultura dello stupro) e trova la sua massima espressione nel ‘Victim Blaming’ (colpevolizzazione della vittima), ovvero la pratica di attribuire la responsabilità del reato, almeno in parte, alla persona offesa, utilizzando un linguaggio che focalizza l’attenzione sul suo abbigliamento, sul suo comportamento o sulla sua moralità. “Come eri vestita quella sera?”, “Avevi bevuto?”, “Perché non hai urlato o reagito con forza?”, “Perché hai denunciato solo ora?”. Questi sono solo alcuni degli esempi più comuni che si possono riscontrare nelle domande processuali o mediatiche rivolte alle vittime e che spostano il focus dal crimine alla moralità delle persone offese, trasformandole da vittime in “imputate” del proprio trauma. In questo scenario, l’empatia non è solo un atto di gentilezza, ma uno degli strumenti più importanti di gestione del trauma. Quando un poliziotto, un medico o un giudice ascolta senza giudicare, aiuta la vittima a sentirsi al sicuro e le permette di iniziare a rielaborare l’accaduto. Sentirsi creduti e rispettati riduce l’ansia e impedisce che il dolore si trasformi in una ferita poi difficile da curare. L’empatia, insomma, è ciò che permette alla vittima di smettere di sentirsi un “oggetto” del processo e di tornare a essere una persona con dei diritti. Al contrario, quando l’empatia manca e subentra la colpevolizzazione, le conseguenze psicologiche sono pesantissime. La vittima prova una vergogna profonda, come se l’ingiustizia subita fosse una propria responsabilità. Questo può portare a stati di forte ansia, depressione o allo sviluppo di un Disturbo da Stress Post-Traumatico, dove la mente rivive continuamente l’aggressione. In questi casi, per autodifesa, la persona spesso si “distacca” dalla realtà (dissociazione) o, peggio, sceglie di chiudersi nel silenzio. Questa, è la sconfitta più grande della giustizia: la vittima perde fiducia nelle istituzioni e non denuncia più, lasciando il colpevole libero e restando sola con il suo dolore. Fortunatamente, la legge italiana sta cambiando e oggi riconosce alla vittima un ruolo centrale, prevedendo nuove misure di protezione sin dalle prime fasi della raccolta della denuncia, oltre a nuove misure di prevenzione e di repressione di questi reati. Tuttavia, la vera battaglia è culturale. Per fermare la vittimizzazione secondaria non bastano le leggi: serve un cambiamento nel modo in cui tutti noi guardiamo e ascoltiamo chi ha subito una violenza, trasformando il sistema di supporto in un luogo di vera accoglienza e non in una fonte di nuovo dolore.
SIM CARABINIERI DIPARTIMENTO SALUTE E BENESSERE

