Nuovo esodo carcerario disposto dal Governo in nome del Covid

                                                                              Comunicato stampa del 5 novembre 2020

Ennesima umiliazione per il lavoro svolto dai rappresentanti delle Forze dell’Ordine  

In seguito all’emanazione da parte del Governo del decreto-legge 28 ottobre 2020 n. 137, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n.269, l’azione di contenimento del contagio Covid-19 nelle carceri italiane si traduce ancora una volta in un “allettante esodo”.

L’Associazione Vittime del Dovere apprende con preoccupazione ed indignazione come, anche in questa seconda difficile ripresa dell’emergenza sanitaria, invece di trovare soluzioni atte a limitare il contagio per salvaguardare la salute di agenti e detenuti, l’Esecutivo scelga di attuare una nuova “emigrazione carceraria” per migliaia di condannati. Secondo l’articolo 30 la detenzione domiciliare, con il braccialetto elettronico, sarà disposta, su richiesta e fino al 31 dicembre 2020, per i condannati a pena detentiva non superiore a 18 mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena.

Riteniamo che questo ennesimo provvedimento possa essere inteso dalla criminalità come un’implicita autorizzazione, da parte della collettività, di far passare e concedere sempre maggiori iniziative, ormai abituali e soprattutto sbrigative, di pseudo-indulto, che mortificano sfacciatamente il lavoro svolto dalle Forze dell’Ordine ed umiliano il sacrificio dei Servitori dello Stato.

Questa decisione governativa, presa su iniziativa del Ministero della Giustizia, rappresenta inoltre l’ennesimo messaggio devastante perché, seppure involontariamente, si declina in una vera e propria autorizzazione a delinquere, considerando che la detenzione domiciliare, in un momento storico in cui gli Italiani e la gran parte dei cittadini del mondo è costretta a stare in casa a causa della pandemia in corso, è diventata la difficile quotidianità di tutte le persone oneste.

La restrizione domiciliare, in sostanza, non verrà percepita neanche dagli interessati come una misura avente valenza educativa o di deterrenza al crimine, ma sarà intesa come la surreale condizione che ciascun essere umano, senza colpe o pendenze penali, sta vivendo in un periodo storico dell’umanità particolarmente doloroso ed inquietante. Anche se, sulla carta, nessuna concessione sarà data ai criminali più efferati o comunque pericolosi, ovvero agli esponenti della criminalità organizzata e terrorismo, così come a chi ha una condanna per corruzione, voto di scambio politico-mafioso, violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia e stalking, nonché ai detenuti che hanno subito una sanzione disciplinare o hanno un procedimento disciplinare pendente, per la partecipazione a tumulti o sommosse nelle carceri, ciò non è comunque di conforto.

Soprattutto in riferimento a queste novità normative, l’Associazione nutre seri dubbi sulle disponibilità concrete dei dispositivi elettronici che dovrebbero garantire il controllo a distanza di chi potrà accedere alle misure alternative alla detenzione, nella fattispecie ai domiciliari. Secondo stime approssimate del Ministero della Giustizia sarebbero circa 5000 i detenuti che tornerebbero a casa con i braccialetti elettronici, ma per avere contezza del numero effettivo si dovrà attendere la pubblicazione, a giorni, di un provvedimento congiunto del Capo del Dap e del Capo della Polizia di Stato che indichi il numero esatto dei braccialetti disponibili. Considerato che mancavano i dispositivi di controllo a distanza già a giugno, con il Decreto- legge Cura Italia, che ha ammesso alla detenzione domiciliare  più di 1000 detenuti, prossimi all’espiazione completa della pena, c’è davvero da preoccuparsi sull’applicazione del beneficio “salva-Covid”. Anche perché è necessario evidenziare che, in mancanza di braccialetto elettronico, è comunque, a discrezione del Giudice di Sorveglianza, ai sensi dell’art. 275 bis del Codice penale, concedere gli arresti domiciliari.

A tal proposito è interessante notare i dati pubblicati dal Ministero della Giustizia (https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.page) che registrano la presenza nelle carceri nel mese di febbraio 2020 di un numero di circa 61.230 detenuti e nel mese di settembre 54.277 con una netta flessione a maggio fino ad un numero 53.387 detenuti, dopo l’emanazione dei vari provvedimenti disposti dal Governo per emergenza Covid 19.

Tenendo conto di eventuali nuovi arrestati o di chi ha terminato di scontare la propria pena, parliamo perciò di migliaia di persone che non sono più in carcere. Ricordiamo, in merito, le denunce dei sindacati di Polizia Penitenziaria e le dichiarazioni degli stessi garanti e delle associazioni dei detenuti che da mesi lamentano, infatti, l’insufficienza numerica di questi dispositivi di monitoraggio e controllo. Pertanto, esiste fondato rischio di avere ai domiciliari detenuti non monitorati costantemente.

 

Forse, sarebbe stato più opportuno rivedere il sistema della “sorveglianza dinamica” che, in questo periodo di elevato rischio di contagio, favorisce, nelle carceri a ‘custodia aperta’, focolai incontrollabili e rappresenta, senza dubbio, una delle cause più evidenti di propagazione del contagio. Questa modalità di lavoro penalizza particolarmente l’attività degli agenti della Polizia Penitenziaria, costretti a sorvegliare contemporaneamente decine di detenuti, i quali possono muoversi indisturbati da una cella all’altra nonostante le insidie del virus Covid19.

Ritorniamo, a questo proposito, anche sul tema del regime detentivo di Alta Sicurezza per sottolineare come soggetti di alto profilo criminale e mafioso, anche in attesa di accedere alle misure carcerarie del 41bis, vista la ormai cronica indisponibilità di posto nelle carceri di massima sicurezza, possano scorrazzare per gli istituti penitenziari senza che per qualcuno ciò costituisca un pericolo serio o comunque una criticità da affrontare.

Tra le tante, va scongiurato il tentativo di rimettere in discussione persino l’unica proposta dell’Associazione Vittime del Dovere, accolta dal ministro Alfonso Bonafede, con il Consiglio dei ministri che ha finalmente introdotto il nuovo reato sul possesso e/o l’utilizzo in carcere di cellulari da parte dei detenuti. Fatto prima relegato a mero illecito disciplinare sanzionato nelle prigioni. Le sollecitazioni di quanti vorrebbero una marcia indietro su questo non tengono conto di quanto sia importante per un detenuto comunicare all’esterno, troppo spesso, per tenere le redini di un’organizzazione mafiosa, per commissionare un omicidio o per gestire traffici di sostanze stupefacenti.

Di episodi del genere sono piene le cronache. Basti ricordare che nei primi 9 mesi di quest’anno, riassume Fiorenza Elisabetta Aini (gnewsonline.it/), negli istituti di pena sono stati scoperti ben 1.761 cellullari, nascosti in modi assurdi e impensabili, mal celando così un’intenzione diversa da quella sentimentale. Se è vero che la comunicazione dei detenuti con la realtà esterna può avere due profili, sappiamo che quello di ordine criminale

Margot Alessandra D'Andrea

Responsabile Ufficio Stampa SIM Carabinieri

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