Piacenza, gli avvoltoi e l’occasione mancata.

Sui cadaveri dei leoni festeggiano i cani credendo di aver vinto. Ma i leoni rimangono leoni e i cani rimangono cani”.

È un antico proverbio arabo, che ieri abbiamo riportato nel nostro comunicato stampa che “a caldo” è stato pubblicato dal SIM Carabinieri nell’immediatezza dei fatti di Piacenza. Lo utilizziamo come incipit di queste nostre brevi riflessioni, perché i “cani” sono animali nobili che non meritano l’accostamento con quanto sta facendo certa stampa, certi “leoni da tastiera” su Twitter, Facebook e compagnia cantante. Meglio dire iene, avvoltoi, codardi.

A poco più di 24 ore dalle notizie diffuse con ogni tipo di cassa di risonanza, con dovizia di particolari, se non pomposa risolutezza, ecco che 110 mila uomini, meno 6, oggi leccano le ferite, sono attoniti, increduli, sgomenti. Lo vogliamo dire una volta sola, ma fermamente: non ce lo meritiamo. Uomini che sono ovunque, in Italia, all’estero, nelle caserme, nelle ambasciate, sott’acqua, in cielo, nei laboratori, su auto, moto, dietro i banchi delle scuole, in abiti borghesi, uniforme di ogni tipo e forgia. Non ce lo meritiamo!

Un vile attacco che tenta di buttare tutto e tutti nello stesso calderone, anzi tritacarne, mettendo in fila episodi diversi tra loro, per genesi, località, sviluppo e presupposti. E non ci piangiamo addosso dicendo che non hanno fatto lo stesso quando altri, autorevolissimi esponenti di autorevolissime istituzioni, hanno asservito la cosa pubblica amministrata in nome del popolo italiano a loro uso e consumo. Ovviamente, lì è meglio tacere e non disturbare troppo. I tuttologi, antropologi e giornalisti della domenica, si sono sbizzarriti nelle più fantasiose analisi. Ma l’occasione non la vogliamo perdere, non tanto per ribadire (a chi ne avesse bisogno) che 6 soggetti non posso e non potranno mai offuscare duecentosei anni di gloriose conquiste, vittorie, traguardi e sacrifici. Piuttosto, l’occasione è propizia per partire proprio da uno di questi commenti: dalle colonne de La Stampa, tale Luigi Manconi, si lancia in una analisi del fenomeno violento, parla di “solidarietà virile, rapporti camerateschi, di sottoculture, ritualità e consuetudini fascitoide”. Ci si chiede se chi scrive abbia idea di cosa parli. I Carabinieri formulano un giuramento solenne, in forma individuale e collettiva, sui valori della costituzione, gli stessi valori antifascisti che la caratterizzano. Ci chiediamo quali siano questi rituali, perché prima di formulare certe offese o cogliere l’occasione per accomunare e ridurre a certi “minimi e miseri termini” 110 mila persone, in diversi reparti, con diverse mansioni ed incarichi, altitudini e storie individuali, bisognerebbe comprendere in virtù di quale ardito ragionamento pindarico o in forza di quali competenze e conoscenze si getti tali discredito: “tanti, proprio tanti sono gli episodi di illegalità che hanno visto coinvolti appartenenti alle forze di polizia e, in particolare, dell’Arma dei Carabinieri”. Non lo accettiamo! Non corrisponde al vero e credo che qualcuno, obnubilato dalla tendenza del “black lives matter” d’oltreoceano, colga l’occasione per fare più un esercizio di offesa gratuita che di seria e sana informazione. Non ce lo meritiamo!

Però l’occasione la cogliamo per fare una richiesta. Nel medesimo articolo il Manconi fa riferimento ad una rete di anticorpi che, a suo giudizio, mancherebbe a cominciare dai vertici che dovrebbero consentire un processo di democratizzazione interna, capace di smantellare le sottoculture e gli altri deliri sopra citati. Ecco, ci chiediamo se Manconi sia informato dal fatto che ,proprio ieri, la Camera ha approvato la legge che disciplina l’associazionismo, quello che a noi piace definire “il diritto di sindacato”. Lo informiamo che si era partiti da una Sentenza della Corte Costituzionale che riconosceva, qualche anno addietro, pari diritti ai lavoratori con le stellette, a qualunque altro lavoratore. Ebbene la sentenza è rimasta lettera morta, anzi sepolta. La legge approvata, la famosa Legge “Corda”, dal nome della parlamentare che, in una diretta Facebook, ci teneva particolarmente a ricordare che questa legge avrebbe preso il suo nome. Questa legge, appunto, ha del tutto ignorato le istanze della base, ha ucciso quel processo di democratizzazione, ha spezzato le gambe alla partecipazione ai processi decisionali che interessano il personale. Occuparsi di tempo libero e benessere, di centri ricreativi e del dopolavoro, atteneva già ai comitati di rappresentanza ante litteram. Non avevamo bisogno di un make up, di un maquillage di basso spessore solo per poter piantare la bandierina in questo terreno, ritenendolo di conquista della bassa politica. Come abbiamo detto qualche tempo fa in un altro editoriale , quella bandierina ce l’hanno piantata sulla schiena 206 deputati che ieri hanno approvato la legge. Quegli stessi che poi su Facebook, Twitter, etc, pubblicano le foto degli eroi in divisa o che approfittano dei nostri veri problemi per lucrare qualche like sui loro profili social. Sappiate, voi che gridate alla democratizzazione, che con questa legge non avremo un sindacato neanche lentamente paragonabile a quello della Polizia di Stato, che è ad ordinamento civile, e che gli stessi cugini della PS vorrebbero riformare. Occorrerebbe documentarsi, conoscere i veri problemi, indossare le nostre uniformi, i nostri stivali e marciare e correre con noi, nelle nostre gazzelle, sulle nostre moto e respirare quell’aria che per qualcuno è “solidarietà virile fascistoide”, mentre per noi è onore di servire, orgoglio di fare parte di una grande famiglia con valori che riempiono i nostri cuori. Occorrerebbe sapere che se la base non può partecipare ai processi decisionali, non ha voce in capitolo, non ha neanche controllo su quei processi medesimi. Il controllo che forse è mancato in talune occasioni riportate dalle cronache? Chi lo sa. Forse i problemi risiedono negli arruolamenti? Nelle selezioni? Nella formazione? Troppo blanda? Troppo rigida? Non lo sappiamo perché non è dato ai sindacati la possibilità di prendervi parte. I problemi che attraversiamo tutti, sono frutto dei tempi e quindi è risultato della società in cui viviamo che si riflette anche al nostro interno? Forse. Chi lo sa. Occorrerebbe sedersi e discuterne. Ma con chi, se i sindacati non hanno voce in capitolo e a quei tavoli non possono neanche avvicinarsi? Anzi, con questa legge non posso neanche passare dalla strada. Diventa tutto autoreferenziale. Chi se la canta, anche se la suona. E ci parlate di emergenza di democratizzazione? I valori sono messi in discussione? Lo stipendio troppo basso? Troppi colleghi indebitati? Considerazione pari a zero? Frustrazione per gli esiti giudiziari infausti dell’attività sul territorio, mentre quelli che riguardano il personale sono sempre – e giustamente -esemplari? Con chi interloquire di questi problemi se non hai lo status di sindacalista riconosciuto da una legge? Chi tutela il personale con le stellette? Nulla può giustificare la commissione dei reati e la violazione dei principi, dei valori del nostro giuramento. Ma fermiamoci e parliamone. Vogliamo discutere del controllo? Della catena di Comando? La dirigentalizzazione a seguito del riordino è servita? Tutti dirigenti, 90 generali, 600 colonelli e via via a cascata. Dov’è il controllo del personale? La vicinanza al personale? I problemi legati ai suicidi, lo stress da lavoro? Tutto legato e ridotto a sterili e fredde statiche e agli obiettivi. Solo numeri, arresti ad ogni costo, attività operativa esasperata e non importa cosa o chi c’è dietro a quel numerino, dietro quella x, quale storia, quale modalità. Ma anche a quello non abbiamo accesso. Sono lontani i tempi in cui il Capitano trentenne, Comandante di Compagnia, ti chiedeva e pretendeva l’esibizione dell’assicurazione della tua auto e la marca da bollo sulla patente, ma adesso? Adesso troppo lassismo, zero controlli. Forse sono troppo giovani? Inesperti? Fermiamoci, parliamone. Si sono tenuti gli Stati Generali sulla economia, lanciamo gli “Stati Generali sulle Forze di Polizia”, sui loro problemi. Ne lanciamo un paio, così, i primi che ci vengono in mente: sindacati, pensione complementare, adeguamento stipendiale, regole di ingaggio e regolamentazione delle modalità di intervento operativo (da un punto di vista giuridico), uso dei taser (che fine hanno fatto)? Poi addestramento, equipaggiamento, impiego. Tutti argomenti a cui, con la citata legge non possiamo avere accesso. La base non vi parteciperà, se non per i casi residui del tempo libero e dopolavoro, di cui alle rappresentanze del 1800. Andate prima in parlamento a parlare di processi di democratizzazione, poi, troverete 110 mila uomini e donne con le braccia aperte, pronti ad accettare la sfida della rappresentanza sindacale sui veri contenuti, sui veri problemi, quelli che questa legge non affronta e che volontariamente ha sotterrato. Le colonne dei giornali riempite dai tuttologi, antropologi e saccenti le lasciamo leggere a chi, non conoscendo i veri problemi, si accontenta delle chiacchiere da bar qualunquiste, di parte e piene di preconcetti. Quando vorrete parlare di problemi seri, con l’intento di discuterne per risolverli, ci troverete pronti. Dimenticavo: prima di esprimere giudizi, formulare tesi su questioni che attengono 110 mila uomini, informatevi! Sono 110 mila eroi quotidiani feriti che silenziosamente, e nonostante tutto, fanno il loro lavoro. Non se lo meritano e non ce lo meritiamo!

Antonio Serpi

Segretario Generale Nazionale SIM Carabinieri

Riproduzione riservata ©

Margot Alessandra D'Andrea

Responsabile Ufficio Stampa SIM Carabinieri

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