Non può esserci pace senza giustizia!

Non esistono giornate serene per noi appartenenti alle Forze di Polizia. Ogni giorno rischiamo di essere uccisi dai delinquenti, raggiunti da provvedimenti giudiziari per presunte colpe derivanti dallo svolgimento dei compiti istituzionali, o sanzionati disciplinarmente da parte dei superiori.
In questi giorni è il turno dei colleghi della Polizia Penitenziaria, i quali si sono trovati a dover sedare i tumulti scoppiati simultaneamente all’interno delle carceri italiane con l’avvento della pandemia covid-19, e proprio le immagini della rivolta in quello di Santa Maria Capua Vetere, avvenuta tra il 5 ed il 6 aprile scorso, sono ancora nitide alla nostra memoria.
E dunque quegli stessi colleghi, che hanno agito per riportare l’ordine in quell’istituto, adesso vengono indagati per le modalità attuate per poterlo portare a compimento. La storia è nota: il giorno precedente un detenuto era risultato positivo al tampone per il covid 19 e questo era bastato agli altri reclusi per far scoppiare la rivolta nel carcere casertano. I detenuti invocavano l’indulto, minacciando di gettare olio bollente contro chiunque si fosse avvicinato, mentre i loro parenti protestavano davanti i cancelli dello stesso carcere. Ben 150 di questi individui si erano impossessati delle chiavi di sei sezioni innescando una situazione esplosiva, che ha portato il personale della polizia penitenziaria e quello delle altre forze di polizia giunte in supporto, agli inevitabili scontri, con conseguente intervento in ausilio dei colleghi da parte di Carabinieri e Poliziotti, lancio di lacrimogeni e un elicottero a sorvolare costantemente il penitenziario. Nella serata era stata riportata la calma con non pochi contusi tra le forze di polizia. La minaccia dell’olio bollente, la “battitura” delle celle con spranghe ricavate da letti e suppellettili varie, aveva portato alle inevitabili perquisizioni ed al sequestro di bacinelle, olio ed oggetti pericolosi. Ebbene a distanza di pochi giorni, l’11 giugno scorso, 57 agenti della Polizia Penitenziaria sono stati identificati da personale dell’Arma dei Carabinieri, su ordine dell’Autorità Giudiziaria, che sta procedendo nei loro confronti per le presunte violenze perpetrate ai danni dei detenuti, nelle fasi concitate relative al tentativo di sedare la rivolta. Nella stessa giornata del 13, ancora una volta, una cinquantina di reclusi hanno dato vita all’ennesima rivolta, ferendo due agenti e, solamente nella giornata di ieri è tornata la calma, in quella che sembra ormai la normalità nell’aggredire il personale penitenziario. Ma perché mai continuare a rischiare la vita e la carriera? Perché incorrere in qualche processo per ripristinare l’ordine?
Ormai, mentre negli USA cadono statue come durante la peggiore dittatura talebana, in un momento in cui essere poliziotti significa automaticamente essere torturatori sadici e nazifascisti, non meraviglia di certo una giustizia che libera mafiosi (lanciandosi poi ad un penoso scaricabarili tra ministeri e dipartimenti) e che di contro, indaga la polizia Penitenziaria che ha sedato una rivolta. Ormai è normale invocare l’indulto piuttosto che costruire nuove carceri; è più facile indagare 57 poliziotti penitenziari piuttosto che capire l’effettiva carenza di personale rispetto all’organico necessario. È più semplice che informarsi circa le reali condizioni di lavoro o di quali strumenti disponessero e la loro effettiva idoneità in tali circostanze. È più facile che chiedersi a quali continue offese e violenze siano quotidianamente sottoposti o quale sia il loro livello di stress?
Se lo chiede qualche commissione d’inchiesta ogni tanto, in occasione dell’ennesimo suicidio, che però non porta mai ad alcuna soluzione, se non ad un report statistico di numero di morti in uniforme suddiviso per anno.
Le istituzioni, quelle con la I maiuscola, dovrebbero fermarsi ed interrogarsi sul perché ormai i cittadini in uniforme siano bersaglio della rabbia repressa di altri cittadini, che li trovano frapposti tra loro ed i reali destinatari della stessa. Oggi l’uniforme della polizia penitenziaria tra le mure delle carceri, ieri quella di poliziotti e carabinieri per strada e domani vedremo di chi sarà il turno. Ai colleghi indagati la nostra massima solidarietà, sicuri che la giustizia farà il suo corso ed accerterà le responsabilità, sperando che qualcuno sollevi il tappeto sotto il quale troppo spesso viene nascosta l’evidente realtà: il sovraffollamento delle carceri, la riduzione del personale, la mancanza di uomini e mezzi e magari, oltre ai colleghi, si indagherà anche chi, a quelle domande, non ha mai saputo o voluto rispondere. Provocatoriamente ci chiediamo perché mai sequestrare spranghe, bacinelle, olio ed oggetti contundenti? Perché esporre il proprio corpo alle violenze della popolazione carceraria compressa all’inverosimile tra quattro mura? Perché, se poi si rischia di essere indagati? Alla prossima rivolta inviate i leoni da tastiera tanto attivi sui social che, comodamente seduti alle loro agiate scrivanie, criticano, giudicano e condannano chi, tutti i giorni, rischia la propria vita per essere poi ripagato con un avviso di garanzia. Il rischio covid-19 non può essere il pretesto, l’espediente per sottrarsi alle proprie responsabilità, per non onorare il debito contratto con la società a seguito di una sentenza. Le necessità incombenti del mondo carcerario sono altre e ben conosciute, quali assumere personale, costruire nuovi istituti pena, creare distanziamento e zone sicure tra detenuti e personale, effettuare più tamponi.
Non è di certo nostro compito criticare alcuno in questa fase giudiziaria, però una riflessione non può essere negata: ci chiediamo dove siano le Istituzioni che devono proteggere chi, tutti i giorni, rischia persino la propria vita per assicurare una vita serena a tutti gli italiani?
Per queste ragioni il SIM Carabinieri ha voluto stringersi affianco ai colleghi della polizia penitenziaria in servizio presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere (CE) con il comunicato di oggi qui consultabile, che hanno appena iniziato un calvario giudiziario che, purtroppo, li vedrà coinvolti nei prossimi giorni, con l’auspicio che la verità venga presto a galla sconfessando chi, con molta probabilità, malignamente, ha voluto trascinare i colleghi in questa neonata querelle giudiziaria.
Ai familiari dei poliziotti diciamo di continuare ad andare fieri dei loro cari, di sostenerli in queste fasi così delicate delle loro vite e di non dubitare mai del loro operato. Ma se a regnare sono l’improvvisazione e l’incapacità, ci saranno sempre rivolte e vittime sacrificali tra i cittadini in uniforme e cittadini comuni. Chi ne paga le conseguenze è sempre la giustizia, quella con la G maiuscola però. Massima fiducia e stima nei colleghi operanti dei Carabinieri i quali, malgrado tutto, sono anche loro vittime del vortice mediatico e piena fiducia nella magistratura senza se e senza ma, perché la verità è unica e indivisibile.

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Margot Alessandra D'Andrea

Responsabile Ufficio Stampa SIM Carabinieri

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