E che Dio ce la mandi buona!

Photo Ghisberto

Milano – Anno del Signore 2020, anzi, duemilaventi (lo scriviamo in lettere che forse rende meglio l’idea). Sì, perché non siamo nel medioevo o nel periodo delle crociate. Tuttavia, accade che nell’agosto del 2020, in una delle città più blindate e controllate d’Italia, dove il rischio attenti è tra i più alti d’Europa, un uomo entri all’interno del Duomo della città meneghina con un coltello in mano (come avrà fatto??) e sequestri il vigilantes all’interno.
Fin qui, almeno qualche decina di domande assalgono l’italiano medio che non riceve passivamente le notizie propinate dai media asserviti, che le infarciscono, confezionano e servono come più gli aggrada, o meglio, nel miglior modo richiesto.
L’uomo, un egiziano di 26 risultato regolare in Italia, è riuscito ad introdursi all’interno del Duomo, brandire un coltello, sequestrare un vigilantes facendolo inginocchiare, mentre veniva accerchiato dagli agenti della Polizia di Stato. Le immagini, impazzate sui social e nelle chat di WhatsApp, immortalano i momenti concitati con la vittima inginocchiata sotto la minaccia del coltello del sequestratore, mentre quattro poliziotti lo tengono sotto il tiro delle loro armi di ordinanza. Fin qui i fatti. Successivamente aumentano gli agenti e dopo, circa dieci minuti, gli stessi operatori si trovano costretti a mettere le armi in fondina per intavolare una trattativa con il giovane che si chiama “Cristiano”. Più di dieci minuti, oltre seicento secondi durante i quali il povero vigilantes è ancora in terra e il sequestratore gli punta il coltello alla gola. In un attimo di distrazione, mentre Cristiano alza il braccio ed invita gli agenti ad allontanarsi, ecco che uno di loro scatta e lo immobilizza. Subito tutti gli corrono addosso e lo bloccano in un attimo. Bene. Bravi. Massima professionalità, nervi saldi, lucidità e capacità di intrattenere un dialogo con il sequestratore per prendere tempo ed attendere il momento propizio.
Le nostre Forze di Polizia sono davvero tra le migliori al mondo e a loro va il nostro plauso, nonostante tutto. Già, nonostante tutto.
Qualche tempo fa ci siamo chiesti il senso di questa immigrazione di massa dove nessuno si occupa o si preoccupa di dove questi esseri umani poi vivano, di cosa vivano, in quali condizioni sociali e soprattutto psicologiche, il cui disagio si manifesta anche in questi atti inauditi.
Ma questa è un’altra storia e le risposte non possiamo fornirle noi e, chi dovrebbe, tace e continua ad importare uomini, donne e bambini che il resto d’Europa non vuole, non se ne cura, in barba del tanto decantato accordo di Malta (che fine ha fatto??)
Noi, però, siamo il SIM, Sindacato dei Carabinieri, e le domande dobbiamo porcele, perché siamo tutti bravi, anzi i migliori, fino a quando però, le cose vanno bene:
1) E se durante qui lunghi undici minuti l’attentatore avesse accoltellato la vittima, dopo che gli agenti avevano riposto le armi nelle loro fondine?
2) E se l’attentatore avesse affondato un fendete all’agente che si era scagliato conto di lui?
Abbiamo o avete la certezza che non vi sarebbe stato alcun Magistrato che avrebbe chiesto contezza agli operatori sul perché del non aver agito, anche con il ricorso all’uso delle armi in dotazione? Con l’aggravante di una vita sacrificata sull’altare della paura, del voler evitare processi, incriminazioni e lunghi anni sospesi in un limbo con carriere bloccate, sospensioni dal servizio, trasferimenti ed onte che solo chi indossa le nostre uniformi può comprendere.

Il guaio tutto italiano consiste nel fatto che quanto sopra vale anche nella circostanza diametralmente opposta, ovvero: e se gli agenti, invece, avessero fatto ricorso all’uso delle armi abbiamo, o avete, l’assoluta certezza che sarebbe stata loro riconosciuta la scriminante di cui all’art. 53 c.p. “uso legittimo delle armi” ? Sì, perché gli operatori su strada hanno al loro fianco la piccola ed agevole beretta calibro 9×19, un’arma da fuoco che di certo avrebbe ferito gravemente, se non in modo letale, l’aggressore e sappiamo benissimo che gli stessi agenti sarebbero poi finiti in quel micidiale imbuto che somiglia più ad una lotteria, all’interno della quale non sai mai come potrà finire, se non anche con qualche sentenza di risarcimento nei confronti della vittima e dei suoi cari, come è già purtroppo successo. Inoltre, al processo giudiziario si sarebbe affiancato il non meno clemente processo mediatico: i profili Facebook degli agenti sul Tg nazionale, Polizia fascista, Polizia che odia gli immigrati, Carabinieri violenti e quant’altro ci è ormai ben noto.
Resta da chiedersi come certa stampa abbia dato la notizia dell’immigrato che si è arreso da solo e dopo una lunga trattativa (Ansa.it), quando le immagini restituiscono indiscutibilmente il tempestivo intervento di un agente che lo blocca. Forse per edulcorare la vicenda? Forse per restituire agli italiani una vicenda a lieto fine che di lieto non ha nulla?
Non molto tempo fa, in un altro editoriale, abbiamo parlato -e neanche troppo fantasiosamente – di indire gli “Stati Generali delle Forze di Polizia”, dove approfondire i casi pratici come quello accaduto a Milano, ma discutendone con chi calza gli stivali, con chi siede sulle pantere e gazzelle e poi interviene, con chi i problemi li vive e non li teorizza dietro scrivanie in radica e sotto arazzi o dipinti settecenteschi. Abbiamo parlato, tra le altre cose, di regole di ingaggio, di norme attuative (non sotto il profilo operativo) ma sotto il profilo giuridico, di tutela di chi si ferma e dice:
E ora che faccio? Sparo? E se lo uccido? Poso l’arma e ci discuto. E se lui uccide la vittima o il collega?E se uccide me? Meglio non faccio niente e aspetto e che Dio me la mandi buona …
Che fine hanno fatto i taser che dovevano essere distribuiti alle forze di polizia?
Immaginate le stesse immagini dentro il Duomo, la stessa esatta sequenza con l’agente che però spara i dardi del taser bloccando il sequestratore, piuttosto che brandire una calibro 9 che non può usare, non vuole usare e che ha paura di usare (sfido chiunque a dimostrare il contrario), perché non è tutelato nell’uso, ha paura di ciò che potrà succedere a lui, alla sua famiglia, al suo lavoro. Le spese legali, chi le paga poi? E gli eventuali risarcimenti?
Lanciate un sondaggio tra gli appartenenti di tutte le Forze di Polizia e poi ne riparliamo.
La collega della polizia, nel video, ad un certo punto dice al sequestratore: “Io sono una mamma”, dando una lezione di umanità a tutti, una umanità che noi operatori abbiamo, perché siamo su strada tra gli umani, mentre chi dovrebbe tutelarci, indirizzarci politicamente e giuridicamente, pare che ormai l’abbia persa da un po’, andando in tutt’altra direzione, con sentenze in contrasto che si sovrascrivono, si sovrappongono in una giungla giurisprudenziale all’interno della quale il povero operatore ha perso da anni l’orientamento.
Segno tangibile ne è la necessità di dover addirittura riprendere il proprio operato con il telefonino personale, a propria tutela, consapevoli che potrebbe finire male, “e poi vallo a spigare..”;
Ma questa è un’altra storia…

SIM CARABINIERI

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Photo Ansa.it

Margot Alessandra D'Andrea

Responsabile Ufficio Stampa SIM Carabinieri

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